I vinti

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Negli anni ‘50 esplose la moda dei film a episodi, generalmente con risultati disuguali. Con una sceneggiatura firmata, tra gli altri, da Giorgio Bassani, Suso Cecchi D’Amico e lo stesso Antonioni, il film ritrae il disincanto, i dubbi e le ribellioni della gioventù disorientata (come tutte le gioventù) del dopoguerra della Seconda Guerra Mondiale in Francia, Italia e Inghilterra.

Straordinariamente moderno, affronta questioni che ancora oggi restano molto attuali e che qui si vedono già riflesse: violenza, mancanza di principi e di ideali. Niente è nuovo in questa radiografia della gioventù borghese “senza enfasi né orpelli” in tre paesi diversi, accompagnata da un prologo edificante e moralista chiaramente imposto dalla casa di produzione. Antonioni affronta il malessere sociale, che altro non è che il malessere di un’intera generazione, con quel realismo esistenzialista così caratteristico dei primi anni della sua filmografia e, dal mio punto di vista, la parte più interessante della sua produzione.

Nell’episodio francese si parla dei deliri di fama e di grandezza a qualsiasi prezzo che generano un atto di violenza incomprensibile, segno di un vuoto esistenziale e nichilista feroce e terrificante.

L’episodio italiano parla di una generazione capricciosa che non si assume la responsabilità delle proprie azioni, una sorta di ribellione senza causa in una storia di contrabbando di sigarette che finisce anch’essa in un’esplosione di violenza, ma che serve a parlare dello scollamento dalla realtà e dell’incomunicabilità tra generazioni, altro tema prediletto di Antonioni. “Voglio soldi, tanti e subito.”

La terza storia, ambientata in Inghilterra, è la migliore di tutte e anche la meglio interpretata, con un superbo protagonista anch’egli immaturo e con deliri di fama a ogni costo, senza principi morali. “Quando uno è famoso le cose cambiano.” Un ritratto tra il fascino e un patetismo illuminante.

Antonioni parla di problemi tra generazioni con un distacco prosaico molto moderno, “pre-nouvelle vague”, superando i confini del neorealismo in cui nasce la sua filmografia. È il tono, introverso e sostenuto, a far risaltare questo film, ed è da lì che scaturiscono le sue qualità migliori. Molto bello.

Carlos