Inland Empire
Signor Lynch, vada a farsi fottere.
Ebbene sì, avete indovinato. Appartengo alla categoria di utenti di Filmaffinity che, in una giornata di lucidità, sanno perfino allacciarsi le stringhe degli scarponi e addirittura disegnare il proprio ritratto se gli si dà un sei e un quattro. Ecco come restiamo noi sempliciotti a cui piace il cinema quando ci imbattiamo in un obbrobrio intellettuale come quello di cui ci occupiamo: con la faccia da termosifone. Non importa se avete un’istruzione superiore o se nel vostro quartiere vi chiamano “lo strano che resta a fissare le lampadine”. Non importa quanto tu sia matto o se al lavoro ti additano come quel tizio a cui non è piaciuto Torrente. Ti resterà sempre Lynch.
Grazie a lui potrai scendere parecchi gradini della piramide culturale e abbracciare in pieno il residuo di animalità innato che abita in ognuno di noi e che pensavi si sarebbe dissolto col tempo. Le cose vanno chiamate con il loro nome e la merda va chiamata merda. Agli antipodi dorme quel regista che girò la mia serie tv preferita di tutti i tempi. La mente umana gioca troppo spesso con il nostro ego e, a quanto pare, imprimere uno stile unico non gli basta: tira il filo della matassa inseguendo la sbroccata più brutale invece di perfezionare una corrente cinematografica inedita tra i suoi contemporanei. Ma no, figuriamoci, bisogna essere il più svitato della confraternita e certificare per i posteri il proprio posto lontano dal volgo, dove le lodi dei tuoi ammiratori non inciampino lungo la strada in proposte simili e questo sia un viaggio verso il diverso, il nascosto o il dirompente. Sì, e anche verso il penoso.
La verità è che invidio il mio amico Tomine, che rifila un dieci al film e scrive una delle migliori critiche che abbia letto su questo sito, convincendomi a noleggiare questo sproposito di tre ore che mi sono sorbito senza fiatare. Uno dei critici stipendiati citati da FA sostiene che Inland Empire è “il primo capolavoro del postcinema”. Lo sapete… quando uno viene pagato per riempire spazi senza avere la più pallida fottuta idea di cinema, giustifica lo stipendio con pedanterie del tipo “postcinema”, cioè cinema futurista con buone probabilità di diventare una corrente ideologica guidata da questo soggetto, e tira in ballo il termine surrealismo perché qualsiasi scemenza si scriva non manchi di prestigio, procurandosi così l’alibi perfetto per i suoi pppprrrrffffffff… mentali.
Cinema nel cinema, vite dentro altre vite e fatti che si sovrappongono su linee temporali diverse, il tutto sostenuto da centinaia di primissimi piani che cercano chiaramente di accentuare la perplessità degli spettatori neandertaliani come me. La sceneggiatura non fa parte della produzione e, se c’è, è un tovagliolo del McDonald’s più vicino. La si rifiuta perché arcaica in nome di una nuova era in cui si fabbricano immagini senza la zavorra della carta da parati, partorendo obbrobri, surrealisti?, come quest’opera, penitenza ingiusta e sproporzionata che chi non si beve tutto quello che gli propinano ha dovuto purtroppo digerire.
Gli alzo di un punto, ovviamente, per il paio di meloni che David mostra nel suo film, non tanto per la loro perfezione geometrica e il sofisticato styling, quanto per i complimenti che ricevono dalle gran fighe che accompagnano il monumento che li porta.
Un’ultima nota per mancanza di spazio:
“Parlare di trama in ‘Inland Empire’ è quasi una volgarità. (…) Totum revolutum? Sancta sanctorum? Senza dubbio. Tutto, tranne una presa in giro. (…) Che c’è di male a farsi una partitina e a svegliare quel fossile chiamato Settima Arte?” (Javier Cortijo: quotidiano ABC)
È a questo tipo di cadaveri con la penna che mi riferivo nel terzo paragrafo della mia critica. Non so quale delle tre righe mi irriti di più, anche se ho il forte sospetto che sia l’ultima.
Hai ragione, Javier, è una volgarità parlare di trama. Puah, che schifo, è molto meglio l’improvvisazione dell’immagine come veicolo dottrinale. Ignorare quello che stiamo per girare perché tanto qualcosa verrà fuori, e non possiamo permettere che un aspetto tanto fatuo come la sceneggiatura o la trama butti giù dalla finestra una radical-chicchata come questa, con cui poter pisciare besciamella dalle pagine del nostro giornale.
Poi ci appelliamo a una specie di rivoluzione vuota di contenuti ma dirompente nelle forme e saliamo sul carro dello snobismo e della stupidità, sentenziando in latino che ti è piaciuto moltissimo, perché da sempre è di moda che ciò che è dirompente debba essere buono, e per di più trattando le masse con educazione. Che non manchi, maestro, è un pilastro molto importante.
E chiudiamo il paragrafo di tre righe suggerendo che questo tipo di prodotti rivaluta un periodo di Cinema in stato comatoso, quando due anni prima l’amico Clint Eastwood aveva dimostrato a tutti quei fottuti modaioli e intellettualini con gli occhiali spessi in generale ciò che una persona di talento può creare con una piccola sceneggiatura di appena 30 pagine, arricchendo la Storia del Cinema con Million Dollar Baby, un film rigoroso con i parametri formali della settima arte e traboccante di vitalità secondo le vecchie regole che compongono la narrazione degli eventi. Dimostrò ciò che si può ottenere attenendosi a dogmi più antichi di lui e, per estensione, molto più complicati e bastardi di quella cagata di film chiamata Inland Empire.
Ma non si arrabbi, eh, che anch’io ho la mia opinione, e scrivo gratis…